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Gabriele

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sopravvivo alla noia con scarso successo e soccombo a causa del volgare teatrino del "respiro se no muoio"

the Wall

aspettando la gallina...ma il domani non arriva mai
August 11

fibre

Fibre

È sempre la vecchia e solita storia del “questione di tempo”. Ma alla fine ogni fibra cede.

Le mie hanno ceduto, credo, a questo punto.

Stacco la spina, lascio correre, evito i miei dintorni.

Alla fine non ha senso accusare nessuno di essere ingiusto. Sarebbe come recriminargli il fatto che respira o che si ostina a rimanere vivo.

Per ogni cosa è possibile individuare la prospettiva dalla quale individuare un aspetto ingiusto.

Sempre sorvolando sul criterio di giudizio che porta a reputare l’ingiustizia come tale.

Non è giusto ok. Ma cosa lo è?

Voglio solo scomparire per un po’, dileguarmi, disciogliermi, essere assorbito dalla terra in qualche modo artificiale in grado di inibire la percezione dei miei contorni.

Ammetto di essere assolutamente esagerato, inopportuno, iniquo, ingenuo, ma ho seriamente voglia di dire che  quando è troppo è troppo.

August 05

caduta libera

Le sue mani vanno a fuoco finché cedono la presa su quella fune che fra esse scivola sempre più velocemente.

 

Sono questi i momenti in cui rifletti sull’importanza delle prospettive nell’analisi di un problema. Sei tu che stai precipitando verso il suolo o è il suolo a venire verso di te? Non è un dilemma da poco stabilire quale sia delle due la descrizione più aderente alla realtà. Tutto sta nel recepire la differenza.

 

“non c’è molto da dire su di lui. Aveva i suoi pessimi momenti e più in generale era una persona orrenda, una di quelle al cui funerale non piangeresti mai, di quelle per le quali nessuno si augurerebbe di dover fare un elogio funebre”.

 

Lasciatemi il mio senso di irresponsabilità

Nel cedere al destino e alla sua avidità

 

Il vuoto sotto di lui  ha una densità inaspettata e il tempo sembra dilatarsi come una molla, accumulando tensione e minacciando di cedere ad un certo punto.

 

In quei momenti ti chiedi se il ruolo peggiore è di chi subisce una scelta o di chi è costretto a farla. Ti chiedi se il suolo, potendo parlare, cercherebbe di giustificarsi spiegandoti che, fosse stato per lui, avrebbe evitato volentieri di essere causa del tuo schianto mortale.

 

“ma poi cosa volete che vi dica. Ha sempre fatto la scelta sbagliata. Con quelle sue smanie, quelle sue manie di grandezza, ha perso un’occasione dopo l’altra per essere felice rinunciando a fortune per le quali ogni uomo darebbe un braccio”.

 

Non sento che i rintocchi di un’esistenza di banalità

Provo a considerare, dentro i miei passi, la mia mediocrità

 

Un urlo sembra provenire da molto lontano. Un urlo disperato, di terrore, un urlo che sa dell’impotenza di chi è condannato a morte.

 

Ti chiedi se potendo, ritorneresti sui tuoi passi. È la risposta è si. Lo faresti ma sai anche che ormai è troppo tardi. Dopo aver compiuto una scelta, un anno dopo, un’ora dopo, un secondo dopo, è già troppo tardi per tornare indietro. Le conseguenze della tua decisione erano già mature dentro ciò che ti ha portato a scegliere. Tornare indietro contro la gravità ed il suo modo arrogante di riportare tutto a terra sarebbe un battaglia persa in partenza. Fatiche inutili, spese in virtù di un’illusione condensata dentro i tuoi occhi.

 

“Un perdente. Si va bene. Non discuto sui suoi successi, i premi, la fama, le vittorie. Ma ha fatto tutto inutilmente se non ha lasciato nulla che non fosse placcato in oro. Se avesse accettato, si dico, se lo avesse fatto, di rinunciare a qualche sfida, se avesse messo da parte il suo ego, oggi magari non saremmo neanche qui a parlare di lui. Magari sarebbe solo una persona comune ma una persona comune e felice”.

 

E provo ad incassare sotto la cinta quei pugni da smaltire

So quello che mi aspetta lasciando che mi accada senza voler schivare

 

Egli non capisce immediatamente da dove giunge l’urlo. È ancora abbastanza lucido per mantenere la calma e stabilire la provenienza di tanta disperazione.

 

Ma nonostante tutto, ci provi. Provi a racimolare le forze senza valutare in che modo andranno sprecate e ti dimeni nella speranza di trovare un appiglio, un’ ancora di salvezza o magari un modo ancora ignoto di volare scuotendo le braccia.

Adesso vorresti tornare indietro al primo giorno della tua vita. Il giorno in cui avresti potuto scegliere di farla finita evitando di girarti nell’utero di tua madre, evitando di venire al mondo e aspettando l’inevitabile asfissia dovuta alla stessa placenta che fino a quel momento ti aveva accolto.

 

“lo so, io non sono nessuno per poter giudicare ma lo conoscevo abbastanza per potervi dire che non l’ho mai visto un giorno felice. Mai. Aveva sempre questo senso di incompletezza. L’angoscia che provava a stare fermo anche solo per un minuto la si poteva annusare, leggerla con gli occhi, sentirla vibrare nell’aria”.

 

Non voglio neanche ricominciare su strade già finite

pretendo la mia voglia, la mia felicità, di quelle già vissute

 

Il terrore lo coglie alla sprovvista. Lo coglie nel  momento in cui individua nella sua gola e nella sua bocca la fonte di quell’urlo agghiacciante.

Egli allora mette a fuoco le varie parti del suo corpo e si rende conto di come ognuna di esse abbia assunto autonomia nella speranza di sopravvivere. Il suo stomaco esplode, le sue braccia e le sue gambe si muovono con assurda incoerenza, la sua gola vibra come neanche egli stesso aveva mai creduto di poter farla  vibrare.

 

Ed invece hai scelto di nascere. Hai scelto di venire al mondo optando per la modalità di suicidio lento e doloroso, quello che giorno dopo giorno ti logora avvicinandoti sempre più alla morte, in condizioni sempre più pietose ed imbarazzanti.

Ti rivedi di fronte alla tua scelta di lasciare andare la corda. Ti rivedi di fronte al vecchio dilemma di sempre. Sono state le tue dita a cedere, lasciando andare la loro momentanea unica speranza di sopravvivenza o sei stato tu, con la mancanza di motivi validi per rimanere appeso, ad avergli ordinato di farlo?

 

“che cosa vi devo dire. Lo ha fatto. Ha deciso di non imparare a controllare questa sua mania, questa sua insofferenza. E vedete come è finito. Avrebbe dovuto apprezzare un po’ di più il silenzio, la stabilità, l’immobilismo. Avrebbe dovuto imparare a stare fermo per dieci minuti di fila, così, tanto per iniziare, e magari ci avrebbe pure preso gusto”.

 

Fra i polsi la speranza si lascia scivolare ma è ancora da chiarire

e anche il nulla ha un peso, il vuoto ha il suo volume ed è in grado di ferire

 

E alla fine la molla cede. Il  tempo esplode improvvisamente riversandosi con una violenza devastane. I pensieri che prima si organizzavano con sterile chiarezza adesso affollano la sua mente saturando la sua capacità di recepirli. La confusione ed il panico lo afferrano, la lucidità lo abbandona, la freddezza scompare.

Non si rende neanche conto di quanto stia perdendo perché il tempo va troppo veloce, troppo veloce per giudicare la sua sequenzialità. Troppo veloce.

Il prima si confonde con il dopo, il dopo con il durante. Tutto diventa anacronistico.

E di botto, fra un istante qualsiasi e l’altro, senza senso, senza aspettativa, la densità dietro la sua schiena cambia, si fa agghiacciante e compatta, si fa atroce e violenta.

L’ultimo suo pensiero va ad  una bottiglia che si rompe nel cadere a terra  e riversando con disordine il suo contenuto in tutte le  direzioni. ma quel pensiero non dura abbastanza da mostrargli il modo in cui i frammenti si sarebbero disposti  nel ricadere al suolo.

 

Il solito dilemma. Ma ti rendi conto che questa volta la differenza non è tanto sottile. È anzi grossolana, palese, ovvia. Per questo ci metti poco a risolvere il tuo dubbio. Sei tu che hai scelto. Sei tu che hai ordinato alle dita di cedere, di arrendersi. Sei tu che non hai saputo dare loro un motivo per disubbidirti e per salvarti la vita.

Quella caduta è frutto della tua volontà, è la condanna per le tue scelte sbagliate. È il modo in cui hai saputo riempire di spazi vuoti la tua vita fino a privarti di ogni appiglio.

Appigli immaginari, mentali, eterei ma abbastanza consistenti da saper prendere a spallate quel naturale istinto di autodistruzione che governa l’uomo dal momento in cui si gira nell’utero della madre per venire al mondo al momento in cui si sdraia per non rialzarsi più.

 

“sapete una cosa. Secondo me ha lasciato andare lui la presa. Se lo conosco anche solo la metà di quanto credo, posso garantirvi che quella fine non l’avrebbe mai fatta per sbaglio. Se l’è cercata. Nel senso che ha deciso lui di cadere. C’era da aspettarselo, era solo questione di tempo. ma quando svuoti un sacco prima o poi quello si accascia, si arrende. Non può più far forza sulle sue sole pareti. Non può. La forza di esseri come l’uomo che nascono per riempirsi la testa di emozioni, banalmente, sta proprio nel farlo”.

 

Il mondo ha avuto il tempo di farsi avere nella sua falsità

Il buono va raschiato sotto strati di male ed è una rarità

 

 

 

August 04

considerazione indiscussa

ok, comincio a metabolizzare me stesso...fra dieci minuti starò di merda
August 02

vomito

Ho il vomito.

Adesso vorrei solo rimettere l’anima al mondo e i miei peccati ai debiti che non pagherò mai.

Il mondo mi disgusta e la cosa inizia a farmi paura. Mi disgusta tutto.

Mi sono costretto a forza ad andare in un luogo per me alieno e intollerabile. E ho osservato l’ovvia facilità con cui tutti vi scivolano dentro quasi non esistesse nulla di meglio da fare.

Io, una tortura, un’operazione alle viscere che adesso da il vomito come conseguenza di una degenza obbligata.

Credo sia la prima volta che il mio globale disgusto mi spaventa.

Ho sempre trovato la cosa originale, tutto sommato distintiva. Ma adesso realizzo che io non ho scelta. Non so stare con gli altri esseri umani, non alle loro condizioni.

Tutto ciò che perdo è quasi ovvio. Tutto ciò che ho richiede una fatica immane per evitarne la disfatta.

Simulando non resisto se non per cinque minuti al massimo. Poi sfinito ricado sulle mie ginocchia e mi arrendo all’incapacità di simulare oltre.

Vuoto come è vuoto un pallone pieno d’aria.

Mi manca l’ovvia lotta quotidiana che riduceva di un minimo la dispersiva concretizzazione della realtà circostante.

Mi manca la soddisfazione di completezza effimera intrisa di inquietante predestinazione al fallimento.

 Mi manca la certezza inutile e infondata di poter rigettare le mie frustrazioni su bersagli diversi dalla mia stessa persona.

Mi manca l’aria.

Mi manca quanto è necessario ricordare per ritenersi ancora vivi.

E odio la realtà, il mondo, gli esseri umani, la vita in se per come si presenta. Le odio con quel mio odio di circostanza, di quegli odi ristagnanti, ormai passati, talmente calpestati da essere diventati essi stessi suolo della mia esistenza.

È chiaro che mi manca qualcosa. È chiaro che non è facile rimanere ritti e solidi di fronte alla cosa che ti manca affinché quella non realizzi di essere tale.

Azione necessaria, secondo un’etica banalmente limitata e definita con nulla di chiaro alla base e nulla di necessario a contorno.

Darsi un’etica come darsi un tono. Non contano i principi, conta solo rispettarli e dare l’impressione di saperlo fare.

Io mi sono arreso il giorno in cui sono nato. Non ho altro da cambiare ormai.

August 01

massima sulla puntuale efficacia delle opzioni definitve

morendo le cose si risolleverebbero subito
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